Dove tutto è cominciato: la lettera da Pawakhola
Eravamo nella valle da ormai un mese, per il progetto “Light for Makalu Valley”. Un progetto nato da Daniele Foletti, ex presidente dell’associazione ticinese “Mani per il Nepal”. Un progetto che, senza esagerare, non solo ha cambiato per sempre la vita delle comunità locali, persone che fino ad allora non avevano mai visto una lampadina, ma ha cambiato profondamente anche la nostra. Sapevo che sarebbe stata un’esperienza intensa, sotto tanti aspetti: fisico, culturale e soprattutto umano. Ma non avrei mai immaginato che sarebbe stato l’inizio di qualcosa di molto più grande. Qualcosa che, almeno per ora, spero mi accompagnerà per tutta la vita. Dopo un mese ci eravamo adattati a quella realtà, con tutte le sue difficoltà e le sue meraviglie. E per meraviglie intendo soprattutto le persone. Sono state loro, in fondo, a determinare tutto quello che è successo dopo. Durante il giorno lavoravamo agli impianti, nelle case. Imparavamo a comunicare senza una lingua comune, a condividere silenzi che in Europa forse risultano più difficili, o quantomeno meno naturali. Lì invece erano semplici, spontanei, spesso accompagnati da un sorriso. La sera ci ritrovavamo attorno al fuoco, immersi nel buio più totale. Era come se il mondo fuori scomparisse, e tutto esistesse solo all’interno di quel cerchio di luce. Dopo circa un mese è successo qualcosa che, col senno di poi, ha segnato il vero inizio di SEED of LIGHT.Ganje Sherpa, capovillaggio di Pawakhola, un villaggio isolato, fuori dal cluster degli otto villaggi del progetto, era sceso fino al nostro accampamento per lasciarci un piccolo foglio scritto in dialetto sherpa. All’inizio non eravamo riusciti a capirlo. Solo settimane dopo, grazie all’aiuto dell’ingegnere Bahadur, con cui nel frattempo avevamo costruito un rapporto di fiducia, siamo riusciti a tradurlo. Era una richiesta. Chiedeva aiuto per il suo villaggio. Volevano essere connessi alla rete elettrica. Il problema era evidente: non era possibile collegarli all’impianto esistente. Erano troppo lontani. Ma la vera domanda era un’altra: come potevamo dirgli di no? Infatti non lo abbiamo fatto. Siamo saliti a piedi fino a Pawakhola, ore di cammino in salita, con un foglio scritto a mano da noi. Un semplice schema, nel tentativo di spiegare che volevamo aiutarli, ma che non potevamo promettere nulla. Saremmo tornati in Svizzera, avremmo cercato fondi e fatto il possibile per realizzare un impianto per loro. All’inizio avevano capito che saremmo tornati il giorno dopo per iniziare i lavori. Abbiamo festeggiato insieme a loro, in quel villaggio remoto tra le montagne himalayane. Non ce la siamo sentiti di spegnere quell’entusiasmo. Qualche settimana dopo siamo tornati con Bahadur, che ha spiegato meglio la situazione. Saremmo rientrati in Svizzera, avremmo raccolto i fondi e provato a realizzare il progetto entro un anno.
Due mesi dopo è nato SEED of LIGHT.
Quattro mesi dopo, a Pawakhola, si sono accese le prime lampadine.
– Tommaso



