Per molto tempo ho portato con me un dubbio preciso riguardo alle organizzazioni umanitarie. Non verso le persone che ci lavorano, ma verso la possibilità stessa che quello che fanno cambi qualcosa. Un dubbio silenzioso, maturato nel tempo, che nessuna brochure o presentazione era riuscita a chiarire.
A gennaio sono andato a Pawakhola.
È un villaggio di una ventina di case nella catena dell’Himalaya. Contadini, per lo più. La prima strada percorribile da un’automobile è a sette ore di cammino (per i locali molto meno), su sentieri con 1800 metri di dislivello che diventano pericolanti soprattutto durante la stagione delle piogge. Un posto che il mondo, fino a poco tempo fa, sembrava essersi dimenticato di considerare. Un posto che non aveva elettricità. Non aveva luce.
Ero lì come ospite di Seed of Light, per l’inaugurazione del loro progetto idroelettrico. Quello che ho trovato ha reso il mio dubbio irrilevante Nei sorrisi di quelle persone c’era qualcosa di difficile da descrivere. Non era soltanto gratitudine. Era la gioia di chi scopre di esistere agli occhi di qualcun altro, di chi capisce che il luogo in cui è nato o in cui vive, per quanto remoto, vale la pena di essere raggiunto. Quella gioia non si improvvisa.
Ho capito quel giorno che agire conta. Che usare quello che si ha, fin dove arriva, per migliorare la vita di altre persone non richiede condizioni perfette. Richiede solo la decisione di farlo.
Ma quel viaggio mi ha lasciato anche una domanda: farlo è già qualcosa, ma come lo si fa non è indifferente.
Nel mondo della sostenibilità esiste un modello che descrive l’impatto di un intervento attraverso tre dimensioni: quella ambientale, quella economica e quella sociale. Tre cerchi che si sovrappongono, e la loro intersezione è il luogo in cui un progetto smette di essere un gesto e diventa qualcosa di duraturo. Restare in quell’intersezione è difficile. Ma è lì che vale la pena provare a stare.
A Pawakhola quei cerchi avevano un centro comune. Un impianto alimentato dal fiume riduce la legna da bruciare e rispetta un ecosistema fragile. Nella valle sono stati formati elettricisti, i telefoni si possono caricare, e una comunità che prima viveva isolata ha aperto uno spiraglio verso il resto del mondo. I giovani hanno un motivo in più per restare, in una valle che rischiava lentamente di svuotarsi.
Seed of Light non pretende di essere perfetta. Ma si impegna a cercare quell’intersezione in ogni progetto, a costruire qualcosa che regga nel tempo e non solo nell’immediato.
Io ci credo. L’ho visto a Pawakhola.
– Nicholas

